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Il trapasso        

 

 

IL TRAPASSO

Estratto da Scintille dall'Infinito Edizioni "Il Cenacolo" Milano · Italia

 

      Un’anima è trapassata, un’anima ha salito un gradino della scala divina, della scala evolutiva, della scala del perdono. Noi, pur inserendoci nello stato animico dei terreni, non guardiamo al fatto personale del distacco che si è verificato, ma al fatto altruistico coesistente.

      Se i figli non appartengono ai genitori se non come prestito, allo scopo di educarli ed umanizzarli, è evidente che anche i genitori non appartengono ai figli. Sia i primi che i secondi sono creature del Signore, volute da Lui, create da Lui, ed esistono solo ed in quanto Egli esiste. Perché crearsi allora umanamente un dolore fisico, quando la perdita per un trapasso è unicamente una perdita di consanguineità, è soltanto una distruzione di materia?

      Provate a riflettere su questo fatto apparentemente spaventoso, ma sostanzialmente semplice, semplice quant’altro mai. La materia rappresenta una massa di energie condensate transitoriamente per il periodo che va dalla nascita al trapasso. In seguito al trapasso le energie condensate in materia si decompongono integralmente, ritrasformandosi in energie (comprese le ossa che, pur rimanendo racchiuse nelle urne, col tempo, col trascorrere dei secoli talora, si disintegrano pur esse sino a scomparire), poiché nel tempo nulla può essere eterno, tutto è transitorio; l’eternità è quassù. Quella materia che si trasforma in energia è l’involucro che consente allo Spirito di operare fisicamente; esso cioè, influendo sulla materia, ne consente il moto e conferisce la possibilità di operare materialmente, fisicamente in pro del sostentamento individuale ed anzitutto in pro del prossimo. Lo Spirito è eterno, la fiamma è divina. Pervenire al moto del trapasso significa entrare nella realtà, una realtà che può essere scottante, anche deludente forse, ma che ha nello stesso tempo in sé un punto determinante, l’eternità sorretta dall’amore, l’eternità sorretta dal Padre.

      Il contatto indistruttibile, che verrà a formarsi fra quella che fu una creatura umana ed il Creatore di quella creatura, deve darvi una gioia ed una pace ineguagliabile. Al trapasso di un genitore voi siete invece portati a pensare: «Io sono figlio di questa creatura or ora trapassata, io ho perduto colui o colei che mi diede la vita».

      Primo errore: il genitore dà la vita fisica, sopporta un peso karmico, un peso voluto dalla Legge, ma la vita è stata elargita dal Padre. Il movimento di trapasso non è stato che un ritorno, in quanto fra la dipartita della creatura e l’Eterno vi era una partita aperta, un conto da liquidare conseguente alla proiezione dall’Infinito al finito del gruppo di coloro che furono arbitri della propria sorte, dei precipitati, verso i quali quest’anima ha ancora in sè palpiti ed aderenze. Avvenuto il trapasso, una massa di energie delimita ancora la creatura, il perispirito, che è l’involucro conservatore dello Spirito, mentre la materia esterna, il corpo, costituiva la parte deambulante della creatura; la prima a perdersi è questa parte fisica che si trasforma da materia in energia.

      Dalla terra parte un’anima, racchiusa in un involucro, che non ha più le ambizioni, le intolleranze, le ingiustizie, le invidie della materia, ma che porta ancora in sé le tracce di tutte queste negatività, per cui, appena questo perispirito racchiudente l’anima si stacca, si avvia in un ambiente che chiamerò di riposo, ove si isola dal movimento infinito. L’isolamento potrà durare un giorno o un secolo, secondo la fatica karmica sopportata nel tempo, fatica duplice, cioè fisica e spirituale. In rapporto al peso di questa duplice fatica, la permanenza nell’ambiente di riposo, di rilassamento, di conquista delle proprie capacità sarà più o meno lunga. Tanto maggiore é stato, infatti, quel peso tanto più lunga sarà la permanenza dell’anima e del perispirito nell’ambiente di riposo.

      È comunque evidente che il punto di partenza da analizzare non è il distacco dalla terra, ma il punto di arrivo, cioè lo stato di riposo, di rigenerazione cui ho accennato. L’anima trapassata non è più in uno stato di ansietà, di angoscia, di ribellione, di dolore, di affanno, ma riposa, e permarrà nello stato di immobilità sino a che il ricambio delle energie avrà portato perispirito ed anima nell’ambiente (biotesi) dove dovrà completarsi e continuare l’opera di ravvedimento e di espiazione della colpa iniziale e delle eventuali colpe accumulate durante le vite successive.

      Evidentemente a tal punto vi chiederete: quest’anima dovrà forse subire una punizione continua? No, in quanto vi è l’amore del Padre, la giustizia del Padre, la misericordia del Padre. La misericordia del Padre opera, come sapete, durante la vita terrena, mentre la giustizia e l’amore operano al di là del limite del confine umano. L’anima passa nell’ambiente assegnatole, che potrà essere ambiente di meditazione se l’anima è evolutivamente in arretrato o un ambiente sempre più intenso di opera ogniqualvolta l’anima ascende, cioè migliora. Via via che l’anima ascende, l’involucro che racchiude lo Spirito, il perispirito, andrà dileguandosi, finché alla settima biotesi non vi sarà più traccia di perispirito e l’anima sarà nell’assoluta trasparenza e libertà, nell’assoluta potenza di mezzi e di facoltà. Potrà cosi cominciare nuovamente a servire il Padre come faceva prima della precipitazione e, servendo Il Padre, servire tutto il moto infinito, perché al moto infinito partecipiamo tutti, per volontà del Padre e su indicazione del Padre.

      Ho fin qui seguita l’anima dal distacco terrestre all’arrivo nella biotesi del riscatto; proseguo. Abitualmente voi continuate a pensare all’assente, ne sentite la mancanza e ne soffrite oppure lo pensate laborioso durante Il giorno, amoroso coi figli ed in tal modo create in voi stessi una sofferenza che ritenete sia una sofferenza vostra individuale; questo é un altro errore che in tal modo fate.

      Se effettivamente avete amato la creatura che si è dipartita, non dovete farla soffrire con questi pensieri, ma portarle della gioia, rammentando comunque che la sofferenza è potenza che trattiene, mentre la gioia è potenza che sprigiona forza e proietta verso le più alte vette. Cosi, se un dolente va al cimitero, nell’ambiente della sepoltura ed ivi si scioglie in lacrime, in ricordi, in preghiere, in invocazioni, queste non solo non giungono a segno, non solo danneggiano il superstite, ma danneggiano il procedere dell’anima che si è dipartita, in quanto il trapassato, ormai liberato di una parte del peso, conserva pur sempre un velo di perispirito ed ha la possibilità di seguire il congiunto rimasto. L’assente vede cosi il dolente di fronte a spoglie ormai inutili, trasformate già in parte in energia; rivede ancora le proprie linee fisiche ed una lotta si accende fra il richiamo del rimasto e chi, per volontà divina, deve resistere e procedere oltre. É veramente una lotta impari che dovrà essere vinta dall’anima, ma che lascerà in essa, per lungo tempo, tracce di fatica e di angoscia.

      Se invece il superstite conserva dell’assente un ricordo dolce e lo pensa intento a ricevere il premio della fatica sostenuta ed ultimata (per l’assente la fatica umana rappresentava un peso, ma un peso gioioso, in quanto frutto della capacità creativa dello Spirito che vedeva le proprie creature fiorire col suo contributo), allora, in questa atmosfera di dolcezza, si stabilisce una corrente di armonia ed il superstite percepisce la vicinanza del proprio caro assente, sente un calore attorno a sè che non sa giustificare: sono le energie di ringraziamento inviate dal trapassato. Se voi non siete andati al cimitero e non avete imposto all’assente quel richiamo, quel saliscendi, quella lotta che comunque arresta Il suo moto di evoluzione, ma ne avete ugualmente conservata l’immagine e la presenza nel cuore e nello spirito, oltre che nella mente, voi, con ben differente risultato, lo potete ringraziare spiritualmente per ciò che di sapere, di serenità, di pace, di amore vi ha dato. Questo vostro ringraziamento costituisce una spinta per l’assente a salire più rapidamente verso la meta alla quale tutti gli uomini debbono aspirare. Ricordando il trapassato in pace, in amore, in letizia e soprattutto in attività, voi non solo lo avete aiutato a continuare la salita, ma avete imparato voi stessi a donare ai vostri simili le energie, cosi come l’assente fece a suo tempo con voi, allora fanciulli.

      E’ la fraternità in atto ed ancora una volta si forma un’unità, confermando che l’uno non è estraneo all’altro e che tutti, sia pure staccati dal ceppo divino, dobbiamo sentirci pronti, spinti l’un verso l’altro non solo da una forza propria, ma dalla forza dei propri assenti, cioè di coloro che hanno già iniziato il viaggio di ritorno.

      In momenti che voi definite luttuosi il vostro pensiero ricorre spesso a quelli che voi nomate i Santi. I Santi - e lo sapete bene - non esistono, esistono delle anime che si sono purificate nel dolore e nella fatica, ma di Santo nei Cieli ve ne è Uno solo: il Padre. Egli solo è Santo! Egli è l’Increato, Egli creò l’Infinito quando l’Infinito non esisteva, nessuno può precederLo nella potenza, nell’amore, nella sapienza. Egli è l’unico Santo!

      Che necessità vi è di ricorrere ad un intermediario perché il vostro pensiero possa essere captato dal Signore? Il Signore legge i pensieri di tutti gli uomini, singolarmente intesi; il Signore si avvale però di questi servi, di queste essenze che sono arrivate fino a Lui, per portare soccorso a chi è rimasto.

      Dovete ancora rammentare che, se voi soffrite, fate soffrire; ma per voi la sofferenza sarà comunque transitoria, momentanea, fulminea, in quanto le contingenze della vita fisica sono tali e tante nel karma di ognuno da oberarvi e togliervi anche il pensiero che dovreste dedicare agli assenti. Dice una massima di saggezza degli antichi cinesi, i quali spiritualmente erano assai più avanzati di voi: «Piangete quando la creatura vede la luce del sole e sorridete quando se ne parte»; perché è dolore la perdita della libertà e della potenza, è dolore il ritornare nella costrizione. Dovreste invero piangere quando nasce una creatura, in quanto essa dovrà comunque faticare in ossequio al comandamento del Padre che ha detto «tu, uomo, vivrai col pane guadagnato col sudore della fronte; tu donna, partorirai con dolore», sigillando in tal modo col dolore il moto vitale terreno e quello superiore di ogni umano.

      Ecco perché dovete sbarazzare la mente di tutti questi ricordi, rammentando che il trapasso è unicamente un moto micrometrico di evoluzione che si compie. Partono cento, ne arrivano cinquanta; gli altri cinquanta arriveranno domani o doman l’altro: è un movimento ritmico di compensazione. Gli eventi quotidiani vi salvano e devono insegnarvi che la vita va vissuta ora per ora, attimo per attimo, fatica per fatica. Deve aver valore per voi solo ciò che sarà domani ed il domani deve essere costruito singolarmente da ogni individuo; l’ieri è un movimento che non ha più importanza se non per quel conteggio che dovrete fare, a suo tempo, col Padre. Quando, dopo il distacco e dopo Il risveglio, vi troverete di fronte a Lui, Egli vi chiederà: «Perché hai fatto questo? perché non hai fatto questo? perché hai cosi reagito? perché non hai perdonato a costui?». Il pensiero che deve legarvi a quest’attimo che si verificherà in un prossimo futuro deve essere di incitamento per voi, per modo che, quando vi troverete di fronte al Suo trono, Egli non abbia una lista di fatti tali da farvi giudicare negativamente. Fate dunque che la vita di domani sia una vita esemplare, adamantina; ciò che avete avuto dai vostri genitori di ammaestramenti, di sacrifici, di rinunce, di fatiche donatelo a vostra volta, perché questo donare porterà in voi una gioia che prima sconoscevate.

      Pensate all’assente in quieto riposo, con la coscienza di aver percorso il suo cammino terreno in armonia, in sintonia con la volontà dell’Eterno, e questo pensiero costituisca la vostra gioia, la vostra compagnia. Insisto su ciò non nell’intento di alleviare il vostro dispiacere o il vostro dolore, ma nell’intento di riportare nella celerità del moto evolutivo quegli assenti che voi tentate inconsciamente di legare a voi e quindi alla terra della colpa. L’errore vostro consiste nel ricordare una forma, un gesto, un dono di cui vi fate un sacrario ed al quale dedicate il vostro pensiero; quel sacrario diventa e si trasforma in ambiente satanico, negativo per la vostra pace e negativo per la pace degli assenti.

      Considero ora un altro aspetto del movimento «trapasso» nei suoi riflessi umani, aspetto che vi indurrà a donare di voi; da ogni evento che stoltamente voi definite luttuoso deve scaturire un ammaestramento profondo, un insegnamento potenziale che deve essere assimilato.

      Di fronte a voi è un vostro fratello in Cristo che attraversa un angoscioso attimo per la dipartita di un suo congiunto e voi, facendo vostro il suo dolore e la sua angoscia, siete addolorati ed angosciati in maggiore o minor misura in relazione al maggiore o minor grado di sintonia nel quale vi trovate rispetto al sofferente. Tuttavia è evidente che nello stesso istante, nel mondo, decine di migliaia di altre creature si sono staccate dalla potenza che fino ad allora le aveva tenute in terra; i corpi sono rimasti e le anime sono salite per la giusta espiazione. Di fronte a questi trapassi si rinnovano fra gli umani gli stessi dolori, le stesse angosce, gli stessi affanni, le stesse amarezze che ora travagliano il fratel vostro. Orbene, se voi pervenite a far vostro lo strazio di un fratello in quanto lo conoscete individualmente, perché non dovreste giungere anche a far vostro lo strazio di tutti i sofferenti a voi ignoti, ma che son pur sempre fratelli vostri?

      Ecco il punto scottante: l’amore non deve più essere elargito unicamente nell’ambito delle conoscenze, delle amicizie, nell’ambito della consanguineità; l’amore deve essere elargito come il Cristo lo elargì, cioè generalizzando il moto «donare» e rammentando che ogni attimo segnato dalla clessidra rappresenta, per un determinato numero di viventi nel tempo, un attimo di dolore, di affanno, di angoscia, per cui veramente le lacrime scorrono ininterrottamente dal ciglio umano.

      Un trapasso nel tempo, un moto evolutivo vi ha posto potenzialmente di fronte alla realtà, realtà che deve essere raggiunta assolutamente, in quanto, diversamente, l’opera vostra e l’opera nostra sarebbero opera vana. Amarsi l’un l’altro come Egli, l’Unigenito, ama voi: Gesù non disse «amate l’amico, amate Il fratello», bensì «amate i vostri simili».Per amarli necessita donare; ne consegue che il dono è la prima fondamentale manifestazione dell’amore.

      Come si può donare? come si deve donare?

      Quando il fatto riflette persone a voi legate da vincoli affettivi, voi siete adusati a stabilire un attimo del giorno nel quale tutti i pensieri debbono fondersi e rappresentare una quantità effettiva e fattiva. Questo stabilire un tempo, un’ora rappresenta un moto umano, chiuso, che può avere la caratteristica di un cerchio o al cerchio somigliante, ma sempre comunque circoscritto. Si diparte l’onda pensiero da un individuo, lega gli individui pensanti e ritorna al primo individuo; si tratta, ripeto, di un moto umano, non di un moto capace di irradiare energie ed elargire. soccorsi. Ognuno elabora un proprio pensiero, ma non ha valore la formazione di questo pensiero, poiché il solo fatto di essere tutti pensativamente uniti in quel determinato attimo per quel prefissato appuntamento sta a confermare la volontà di innalzare all’Eterno una prece, affinché quella determinata individualità sia soccorsa. Il primo movimento formato è stato, è vero, un moto chiuso, un moto finito, costituito dalla enunciazione, se cosi è lecito dire, del pensiero, ma ad esso è seguita la richiesta di soccorso all’Eterno con la rinuncia del proprio sé in pro di colui al quale il pensiero, il soccorso è dedicato. Entro quel cerchio si forma allora una massa potenziale, la quale, intersecandosi da individuo ad individuo, compone, entro il cerchio stesso, una massa di triangoli pensativi dai vertici di ognuno dei quali si proiettano le energie di soccorso. Queste energie triangolari pensative non possono proiettarsi direttamente verso l’individuo che si vuole beneficare, ma verso i Cieli, poiché senza il placet dell’Eterno nulla è possibile. Il procedimento nella sua interezza è costituito da un potenziamento del pensiero umano, dalla concessione della Legge, dal soccorso della Legge. Se la Legge non consente, il pensiero è vano; resta per coloro che l’hanno compiuto, che l’hanno formulato, il diritto al premio di bontà, ma si tratta di un premio sterile, in quanto sterile rimane lo sforzo, la Legge avendo posto il suo veto. Questi possono considerarsi casi eccezionali, ma sempre possibili e da valutare convenientemente.

      Le forme triangolari di pensiero, emesse da voi nell’intento di donare ed accettate dalla Legge, sono dalla Legge stessa proiettate verso il sofferente superstite e sono forme triangolari, cioè potenziali (ricordate quanto ho detto, in merito ai mondi stellari nella loro forma triangolare di erogazione [1], che rimangono, sussistono, permangono in essere per un periodo che varia dai tre ai dieci giorni vostri; vanno dissolvendosi tanto più lentamente quanto maggiore e più profondo è stato l’affanno, il dolore, e quanto più calda è stata la prece nel richiedere la grazia all’Eterno. Se invece il pensiero è stato superficiale, il moto composto delle energie si dissolve assai prima; comunque lo spazio di tempo che voi chiamate giorno si ripeterà per tre volte, prima che la donazione abbia a subire la completa dissoluzione.

      Da quanto precede è confermato ancora una volta che non vi è necessità inderogabile di un soccorso di moneta, non vi è necessità assoluta di un pane fisico, non vi è neppure la necessità di una parola di conforto pronunciata umanamente, fisicamente; vi è invece la necessità inderogabile della elaborazione pensativa, vi è la necessità inderogabile del lancio di queste energie che devono portare con sé e lungi da voi una parte del vostro stesso essere psicofisico. Rendete elastico il pensiero, cercate di estrarre da ogni individuo che vedete e da quelli che non vedete, perché lontani, il loro dolore; cercate di assorbire una parte di questo dolore, una parte della fatica quotidianamente compiuta e sopportata; cercate di farla vostra ed alla sera, quando avrete ultimata la vostra fatica umana, la vostra fatica karmica, ricordate di essere figli dell’Eterno, fratelli dell’Unigenito e fratelli dell’umanità tutta. Dimenticate le vostre fatiche, le vostre ansietà, i vostri dolori, il vostro karma e portatevi là nelle case dove di attimo in attimo si trapassa, là negli ambienti dove di attimo in attimo matura una tragedia, un sopruso, un affanno. Fate che il vostro sorriso per un attimo abbia a scomparire dal vostro labbro, fate, se vi è possibile, che una lacrima abbia a spuntare dalle vostre ciglia e che quella lacrima sia dedicata a tutti i sofferenti a voi ignoti, donatevi cioè interamente, cosi come Gesù si è donato all’umanità.

      Il pensiero è di un attimo, ma, se intenso, la sua durata è plurima e raggiungerete un duplice scopo, in quanto il soccorso oggi portato, le energie oggi elargite domani saranno duplicate, triplicate il terzo dì e così via, ed insensibilmente voi porterete ai sofferenti una massa di soccorsi per voi inconcepibile e senza alcuna vostra menomazione.

      Siate certi infatti che, anche se assimilaste il dolore di tutta l’umanità, il giorno appresso voi non ne accusereste il peso ed il giorno stesso non ne sareste schiacciati. «Amarsi l’un l’altro come Egli ama voi» significa perpetuare questo moto triangolare di elargizione che rappresenta nella sua sintesi la salvezza dell’umanità.

      Le guerre, rammentatelo sempre, scaturiscono solo e perché non esiste questo supporto di energie amore. Oggi sapete una cosa che ieri sarebbe stata vana a conoscersi; cercate di diffondere questo ammaestramento che è cosi importante per tutta l’umanità.

 

 


[1] Vedi “Scintille dall’Infinito” pag. 412.

 

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